- Coro Stelutis

 - Coro Stelutis

“Che bel Cantar” 

Il canto riveste un ruolo centrale nella formazione degli uomini.

È preghiera collettiva e intima allo stesso tempo, è ricordo del passato e incoraggiamento per affrontare le difficoltà del presente; promuove la meditazione personale e contemporaneamente facilita la coesione spontanea fra i singoli.

Il canto unisce le generazioni e stempera le differenze, senza dissolvere le peculiarità di chi vi partecipa ma, al contrario, esaltandole.

È quindi testimonianza di impegno per la conservazione di un patrimonio umanistico nel senso più vero del termine.

È con questo spirito che nel 1964 nasce, grazie all’iniziativa del maestro Emilio Spreafico, del sacerdote don Piero Pointinger e di alcuni giovani appassionati, il Coro Stelutis. Composto originariamente da giovani congedati o prossimi partenti per il servizio militare, il sodalizio musicale cresce e si evolve attirando tutti coloro che sentono nel loro intimo una propensione per questa forma di arte e di partecipazione umana.

Con una storia ormai cinquantennale alle spalle l’attività dell’associazione musicale sembra procedere senza particolari accelerazioni quando, un’occasione propizia, conduce il nuovo direttore artistico, il maestro Valter Sala, alla guida del coro. Con un curriculum che comprende Studi Musicali di Canto Didattico presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano e Composizione e Canto Gregoriano presso il “Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra”, cui fanno seguito Corsi di Musica Corale e Direzione di Coro presso il Centro Studi Didattica Musicale “Roberto Goitre” di Lecco e Bobbio, il lecchese Sala, capace di coniugare competenza professionale e presenza caratteriale, si rivela in grado di esaltare le qualità indiscusse dei 35 coristi.

Un impegno serio e costante da parte di tutti i componenti mostra ben presto che ci sono traguardi che si possono raggiungere, limiti solo apparenti, che si possono superare. Con un vasto repertorio che comprende aree popolari, canzoni alpine, canti militari, motivi folcloristici e religiosi, ricondotti tutti ad un’esecuzione fatta con quattro voci virili, negli ultimi anni, infatti, il coro dimostra più volte la propria capacità interpretativa esibendosi in Lombardia ma anche in rassegne italiane ed estere, nonché in trasmissioni televisive e in manifestazioni, concerti e spettacoli di beneficenza. Cresce con la consapevolezza anche l’affiatamento tra i singoli.

È così che il Presidente Luigi Sella e il maestro Valter Sala decidono di testimoniare i risultati raggiunti da questa nuova vitalità artistica con la registrazione di un CD che possa evidenziare quanto di buono è stato fatto in questi anni da tutti i componenti. Per ottenere un risultato speciale si sceglie un luogo suggestivo lontano da un’anonima sala di incisione. Le registrazioni si svolgono infatti nel suggestivo contesto della piccola Chiesa dei Santi Gottardo e Colombano di Arlate, dove le antiche mura romaniche e la moderna tecnologia digitale, unite al cuore degli uomini, realizzano un prodotto di sicuro valore. A distanza di mille anni dalla presenza delle benedettine dell’ordine di Cluny, sono i nostri coristi che, prima con timidezza, poi con crescente confidenza, riempiono con la loro armonia il silenzio della volta e ne esaltano l’acustica perfetta. L’emozione si legge sui loro volti, come del pari, vi si legge la soddisfazione di essere arrivati a cantare in un luogo così singolare.  

Così nasce “Che bel cantar” titolo di una raccolta da cui traspare più un’espressione di contentezza che non una testata di presentazione. Nella scelta di queste tre semplici parole si avverte infatti il compiacimento che nasce dalla consapevolezza della conseguita capacità di esecuzione tecnica e dall’allegria per averla ottenuta in un contesto di amichevole collaborazione. Il silenzio del tempio e il canto dell’uomo, uniti nella naturale, umana vicinanza dei propri simili. “Che bel cantar” è la testimonianza di una comunità di amici nel senso vero della parola.

Vengono scelti quei brani sentiti come più significativi, quelli in grado di esaltare al meglio le capacità artistiche e, infine, quelli che vengono ritenuti maggiormente rappresentativi delle varie sensibilità dei coristi. Il nucleo centrale è delineato dai canti della tradizione militare alpina che il “Coro Stelutis”, coro dell’Associazione Nazionale Alpini della Sezione di Lecco, custodisce come patrimonio di tesori culturali e storici fondanti del proprio essere. Siano essi cantati in italiano (Da Udin siam partiti, Bombardano Cortina, L’ultima notte, Montanina del Cadore, Campane di Montenevoso e Valsugana) o nella lingua friulana (Ai Preat), questi canti delineano l’impegno costante volto a preservare la memoria musicale del popolo italiano e il ricordo dei propri commilitoni e amici.

Il ricordo che si fa poesia (Signore delle Cime), visione d’amore (Era sera, Ti ricordi la sera dei baci) oppure, struggente nostalgia (Gran Dio del cielo) però, mai priva di fiducia nel futuro (Cercheremo).

Accanto a questi brevemente elencati, troviamo inoltre numerosi e conosciuti canti della tradizione popolare italiana come (Cuore Alpino) e pezzi folcloristici divenuti per la loro allegria ormai noti al grande pubblico, come (Vecchio Scarpone). Non può mancare il giusto tributo alla bellezza paesaggistica più nota del nostro territorio, El (Resegun). Filo conduttore di quasi tutti i canti è infatti la montagna, metafora della vita, attraverso la quale la fatica e il sacrificio si purificano nella meditazione (Canto de not ‘n montagna) che si scopre destino (Benia Calastoria), e soprattutto, si sublimano nella preghiera (Maria lassù). Nelle asprezze della montagna l’uomo ritrova il senso più vero della propria intima sofferenza unita alla speranza che lo accomuna alla vicenda più sacra (Marì Betlemme). “Che bel cantar” vuole essere allora, una rapida, ma significativa colonna sonora per i più diversi stati d’animo della vita, una didascalia veloce e, certo, senza alcuna pretesa esaustiva, che però vuole accompagnare gli eventi lieti e tristi dell’esistenza, inverando l’essenza stessa del canto corale, mezzo sublime attraverso cui il singolo sfugge alla propria solitudine e viene accolto nell’abbraccio  caloroso dei propri simili.

                                                                                              Daniele Bruschina